Gioite, non c'è nulla di male... .

Come ogni anno, al ritorno dalle vacanze (per chi non è rimasto in città), nei mesi fra settembre e ottobre festeggiamo alcune fra le principali ricorrenze del nostro calendario, Rosh ha-shanah, Kippur e Sukkot. Rav Sacks, alcuni anni orsono, ha dedicato una riflessione all'elemento che accomuna queste giornate. Se ragioniamo sui grandi temi che caratterizzano l'ebraismo contemporaneo, l'antisemitismo, l'assalto fisico e morale nei confronti di Israele, l'assimilazione, i matrimoni misti, il progressivo abbandono delle comunità, non potremo non notare che si tratta di fatti negativi, tanto che alcuni accademici sono arrivati a parlare, per definire la condizione ebraica attuale, di "sofferenza come identità". Questa lettura è frutto di un approccio fuorviante nei confronti degli ebrei e dell'ebraismo. Leggere in maniera errata il proprio passato significa alterare e danneggiare il proprio futuro. Vuol dire estraniarsi dalla verità più profonda e paradossale dell'ebraismo, la capacità di rallegrarsi in mezzo ai pericoli più grandi, che è la logica profonda che lega le grandi feste di Tishrì. Basti pensare ad un Rosh ha-shanah di due millenni e mezzo fa. Il popolo ebraico era tornato dall'esilio babilonese, il tempio era ricostruito, ma vi era un profondo malessere nazionale. Debole identità ebraica, scarso senso della famiglia, molti neanche parlavano più l'ebraico. Ezrà e Nechemiah a Yerushalaim volevano segnare un nuovo inizio per la nazione ebraica, rinnovare l'alleanza per mezzo della lettura della Torah. Questo fu uno dei grandi momenti della storia ebraica. Ezrà leggeva la Torah, i leviti la spiegavano al popolo. Quando quest'ultimo comprese quanto avesse deviato dalla retta via, iniziò a piangere. Nechemiah, assistendo a questa scena, piuttosto che gioirne, perché il popolo aveva compreso di avere sbagliato, lo invitò a rallegrarsi, mangiando, bevendo e condividendo con chi non ne aveva le possibilità. Chi è felice può cambiare con più facilità. Chi ha paura non è portato a cambiare. Ancora più inaspettato, anche Kippur è un giorno gioioso. La Mishnah nel trattato Ta'anit (4,8) lo descrive come il giorno più gioioso dell'anno, assieme a Tu Beav. Kippur è il giorno della consegna delle seconde tavole della legge, perdonato il peccato del vitello d'oro. Per Sukkot, zeman simchatenu, il tempo della nostra gioia, il discorso è solo apparentemente più semplice. Se infatti avessimo dovuto indicare noi una festa gioiosa, con ogni probabilità la scelta sarebbe caduta su Pesach o Shavu'ot. Sukkot in fondo ricorda le peregrinazioni ebraiche nel deserto, in condizioni non certo facili. Sukkot è la festa dell'insicurezza, e che al contempo venga indicata come gioia la dice lunga sulla nostra visione del mondo. Anche il libro di Qohelet, testo pessimista per eccellenza nella nostra tradizione che viene letto a Sukkot, trova la chiave della felicità in una vita semplice, l'amore, il lavoro, la famiglia. La fonte della felicità non è lontana da noi. L'idea di servire Ha-Shem con gioia è uno dei più grandi contributi che l'ebraismo ha dato all'umanità. Gioire nel dolore, cogliere la bellezza nel quotidiano, trovare il trasporto e la partecipazione nella quotidianità, tutto questo è assolutamente alla nostra portata. Che sia un anno di gioia e benedizioni per tutti voi e i vostri cari.


Rav Ariel Di Porto
Elul - Tishrì 5777 Settembre 2017

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