
Fu la prima insurrezione armata nell’Europa occupata dai nazisti. I tedeschi inviarono all’interno del ghetto una forza consistente di soldati, i resistenti ebraici avevano solo armi leggere e bombe a mano.Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei e altri 6.000 morirono bruciati nelle loro case o soffocati all’interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti del ghetto vennero deportati presso diversi campi di sterminio.
La notizia della rivolta del ghetto di Varsavia si diffuse attraverso tutta l’Europa e ispirò altre azioni di resistenza.
“Se ne stia in disparte e in silenzio perché gli viene imposto il giogo. Metta nella polvere la sua bocca, forse c’è ancora una speranza. Porga a chi lo percuote la guancia, si sazi di vergogna”. Questi tre brevi versetti riferiti al popolo ebraico martoriato sono tratti dalle Lamentazioni che il Profeta Geremia scrisse in occasione della più grave tragedia ebraica di tutti i tempi, la Distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi, che divenne il simbolo di tutti i drammi successivi del nostro popolo.
L’interpretazione che qui abbiamo dato di questi versetti è una delle due possibili. Ce n’è infatti un’altra che non considera le frasi come affermazioni perentorie, bensì come interrogazioni: “Deve forse starsene in disparte e in silenzio perché gli viene imposto il giogo? Mettere nella polvere la sua bocca? Forse c’è ancora una speranza! Deve porgere a chi lo percuote la guancia, saziarsi di vergogna?”. Questa seconda lettura, che pare confermata dal verso ancora successivo: “Perché il Signore non abbandona in eterno”, è la più consona allo spirito ebraico. La nostra teologia non predica la sottomissione ad ogni costo, anche se spesso l’abbiamo patita obtorto collo. Ci viene insegnato che al Male si deve reagire e non per forza “porgere l’altra guancia”.
L’insurrezione del Ghetto di Varsavia, di cui celebriamo oggi il 70° anniversario, è una eroica testimonianza della nostra attitudine a reagire al Male. Settanta è a sua volta un simbolo nella numerologia ebraica. Settanta sono i Nomi di Dio. Esso rappresenta il ribbuy ha-mit’achèd, la “unione della molteplicità” che conduce alla riaffermazione dell’Unità di D. e del genere umano.
Nella lingua ebraica la parola “museo” non esiste. Non è nostro interesse, in quanto Ebrei, pervenire ad una mummificazione dei nostri ricordi e di ciò che rappresentiamo. D’altronde, se una recente indagine statistica condotta in Polonia riporta dati allarmanti sul riemergere dell’antisemitismo in quel paese, dobbiamo sottolineare un altro fatto tutt’altro che secondario. Se prima della seconda Guerra Mondiale erano presenti circa tre milioni di Ebrei su suolo polacco (potrei sbagliarmi, ma in modo trascurabile), oggi essi sono poco più di tremila. Insomma, voglio dire che l’antisemitismo rivive anche senza Ebrei. Questa piaga, dopo aver ottenuto il risultato che si proponeva sul piano fisico, stenta ancora a chinare il capo. Per fortuna che noi Ebrei seguitiamo ad esistere: se non in Polonia, ci siamo rifatti una vita in altre zone del pianeta e speriamo di continuare a contribuire per molti secoli al progresso della società civile come abbiamo sempre fatto. In questo modo l’eroismo dei martiri non sarà stato vano. Sia il loro ricordo in benedizione.
Rav Alberto Moshe Somekh
Un evento, un simbolo - A 70 anni dalla rivolta del Ghetto di Varsavia
Nessun episodio della resistenza ebraica durante l’Olocausto ha infiammato l’immaginazione della gente quanto l’insurrezione del ghetto di Varsavia nell’aprile del 1943. Fu un evento di proporzioni epiche che oppose pochi ebrei affamati e male armati alla potenza soverchiante dell’esercito nazista. La rivolta del ghetto fu la prima, importante ribellione di una città nei paesi occupati dai nazisti e segnò una svolta decisiva nella storia ebraica; essa rimane un simbolo di sfida e grande sacrificio in un mondo caratterizzato da morte e distruzione.
Lo scrittore polacco Kasimierz Bradys ha chiamato Varsavia “la città invincibile”. “Varsavia – scrive – è stata la capitale della seconda guerra mondiale” perché simbolo di quanto di sublime e di tragico si è verificato durante la guerra – e il ghetto era il cuore di Varsavia. L’insurrezione del ghetto è un evento storico, ma è anche diventata un simbolo della resistenza e della risolutezza degli ebrei, un momento storico che ha modificato la percezione di sé del popolo ebraico, passato dalla passività all’attivismo della lotta armata. L’insurrezione ha modellato l’immagine nazionale di Israele perché viene vista come la prima battaglia delle forze combattenti ebraiche dopo le eroiche giornate della rivolta di Bar Kochbà nel 135 e.v. ed è divenuta un simbolo universale di resistenza e di coraggio.
I capi della rivolta erano giovani sui vent’anni, sionisti, comunisti e socialisti; idealisti privi di esperienza bellica e di addestramento militare. Con pochissime armi e munizioni limitate sapevano di non avere probabilità alcuna di successo, la loro era una scelta senza speranza: non se vivere o morire, ma come morire.
(da Israel Gutman, Storia del Ghetto di Varsavia, trad. it. Di P. Buscaglione e C. Candela, Giuntina, Firenze 1996)
















